Niccolò Castagnini, Io non sono qui nè tantomeno desidero che si parli di me in questa sede, tesi di laurea, Accademia di Belle Arti G.Carrara, Bergamo, 2025
Introduzione
Questa
tesi intende offrire una rilettura ravvicinata e retrospettiva
dell’esperienza del Gruppo di Piombino, soffermandosi sul punto di
vista di chi ne ha ricoperto il ruolo di critico. Il gruppo si forma
nel 1984 dall'incontro tra le istanze sviluppate nell'ambito della
Galleria Jartrakor — a cui fanno riferimento il teorico Domenico
Nardone e l'artista Cesare Pietroiusti — e il modus
operandi di
Pino Modica, Stefano Fontana e Salvatore Falci. L'esperienza del
gruppo si conclude nel 1992.
A
partire dalla teoria dell'Eventualismo elaborata da Sergio Lombardo,
il gruppo adotta un approccio sperimentale che trasferisce la pratica
artistica nei contesti sociali, privilegiando il coinvolgimento di un
pubblico anonimo e inconsapevole dell'artisticità degli interventi.
L'interesse per i rapporti tra individui, oggetti e contesti d'uso
segna una netta presa di distanza dalla centralità dell'opera come
forma autonoma.
L’obiettivo
della tesi si è delineato gradualmente. Dall’interesse per lo
scenario degli anni Ottanta mi sono soffermato sul Gruppo di
Piombino. Il proposito iniziale era quello di rintracciare i rapporti
tra le opere e il contesto locale, vista la mia familiarità con la
città e la sorpresa di scoprire un gruppo che aveva operato partendo
da lì. Queste supposizioni si sono rivelate inesatte: fatta
eccezione per Stefano Fontana nessuno ha lavorato in modo esplicito
su Piombino, se non indirettamente. L’interesse iniziale era
scaturito anche
dall’eterogeneità dei componenti del gruppo: da un lato
artisti-operai dalle acciaierie piombinesi e dall’altro studenti di
medicina /sperimentatori di laboratorio situati a Roma. Anche questo
entusiasmo si è affievolito in fretta visto che le istanze operaie
non rientravano nei lavori, sebbene questo non sminuisca l’importanza
dell’artigianalità per i piombinesi.
Il
piano iniziale prevedeva di selezionare un’opera per ciascun
componente e osservarle in relazione, analizzandone efficacia e
criticità. Questo mi ha portato ad incontrare gli artisti e a
riconoscere l’importanza di Domenico Nardone e i suoi scritti.
Restringendo
di nuovo il campo, ho scelto di proseguire ripartendo da questi
materiali. Il nuovo intento era quello di comparare l'intero corpus
dei
suoi scritti — includendo i racconti, la sua formazione come
medico-psichiatra e il suo interesse per l’arte bizantina — per
verificarne la compatibilità con la teoria e i lavori del gruppo di
Piombino, nella prospettiva di ricercare una coerenza totale nella
sua personalità. Questo tentativo si è rivelato fallimentare, ma ha
reso necessario un approfondimento del suo lavoro, culminato nella
serie di interviste. Queste conversazioni sono il corpo principale
della tesi.
Il
contesto generale degli anni Ottanta era attraversato dalla novità
del postmodernismo, di cui la Transavanguardia rappresentò la
declinazione più istituzionalmente riconosciuta. Accanto ad essa si
svilupparono esperienze diverse, accomunate dal “ritorno alla
pittura”, come gli Anacronisti, il gruppo di San Lorenzo, i
Nuovi-Nuovi, l’Astrazione povera, i Bianchi e Neri. Parallelamente
operavano, in maniera laterale,
esperienze
che riprendevano le istanze subculturali e di opposizione: interventi
urbani come quelli dei graffitisti, post-concettuali, pratiche
sperimentali e altre relative ai nuovi media. Tutte queste vicende —
pur ridotte qui a una bipartizione semplificata — sono
profondamente legate ai cambiamenti sociali dell’epoca, anche
quando cercano di astrarsene.
Le
motivazioni che mi hanno portato a dedicarmi a questo oggetto di
studio risiedono nell’interesse per un’esperienza che si dichiara
apertamente di opposizione e che assume la marginalità, la
quotidianità e la collettività come propri assi portanti, adottando
un linguaggio specifico e una retorica di matrice progressista.
Il
materiale consultato comprende i testi di Nardone, varie riviste come
«Flash Art», «Domus», la «Rivista di Psicologia dell’arte»,
«Juliet» e «Artribune», i cataloghi degli artisti, manuali. A
questo si aggiunge il materiale raccolto personalmente dagli incontri
con i diversi protagonisti coinvolti.
La
struttura prevede un capitolo iniziale intitolato L’arte
d’ingannare, introduce
nodi che saranno centrali nelle conversazioni: il problema
dell’estetizzazione generale, l’incosapevolezza, il ruolo del
critico e dell’artista, il rapporto con le istituzioni. Seguono le
conversazioni, introdotte da un breve testo che ne esplicita il
contesto e le condizioni in cui sono avvenute. Nella conclusione
vengono ribadite le questioni emerse, con particolare attenzione su
quelle irrisolte.