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mercoledì 8 luglio 2026

Niccolò Castagnini, Io non sono qui nè tantomeno desidero che si parli di me in questa sede, 2025

Niccolò Castagnini, Io non sono qui nè tantomeno desidero che si parli di me in questa sede, tesi di laurea, Accademia di Belle Arti G.Carrara, Bergamo, 2025


Introduzione

Questa tesi intende offrire una rilettura ravvicinata e retrospettiva dell’esperienza del Gruppo di Piombino, soffermandosi sul punto di vista di chi ne ha ricoperto il ruolo di critico. Il gruppo si forma nel 1984 dall'incontro tra le istanze sviluppate nell'ambito della Galleria Jartrakor — a cui fanno riferimento il teorico Domenico Nardone e l'artista Cesare Pietroiusti — e il modus operandi di Pino Modica, Stefano Fontana e Salvatore Falci. L'esperienza del gruppo si conclude nel 1992.
A partire dalla teoria dell'Eventualismo elaborata da Sergio Lombardo, il gruppo adotta un approccio sperimentale che trasferisce la pratica artistica nei contesti sociali, privilegiando il coinvolgimento di un pubblico anonimo e inconsapevole dell'artisticità degli interventi. L'interesse per i rapporti tra individui, oggetti e contesti d'uso segna una netta presa di distanza dalla centralità dell'opera come forma autonoma.
L’obiettivo della tesi si è delineato gradualmente. Dall’interesse per lo scenario degli anni Ottanta mi sono soffermato sul Gruppo di Piombino. Il proposito iniziale era quello di rintracciare i rapporti tra le opere e il contesto locale, vista la mia familiarità con la città e la sorpresa di scoprire un gruppo che aveva operato partendo da lì. Queste supposizioni si sono rivelate inesatte: fatta eccezione per Stefano Fontana nessuno ha lavorato in modo esplicito su Piombino, se non indirettamente. L’interesse iniziale era scaturito anche dall’eterogeneità dei componenti del gruppo: da un lato artisti-operai dalle acciaierie piombinesi e dall’altro studenti di medicina /sperimentatori di laboratorio situati a Roma. Anche questo entusiasmo si è affievolito in fretta visto che le istanze operaie non rientravano nei lavori, sebbene questo non sminuisca l’importanza dell’artigianalità per i piombinesi.
Il piano iniziale prevedeva di selezionare un’opera per ciascun componente e osservarle in relazione, analizzandone efficacia e criticità. Questo mi ha portato ad incontrare gli artisti e a riconoscere l’importanza di Domenico Nardone e i suoi scritti.

Restringendo di nuovo il campo, ho scelto di proseguire ripartendo da questi materiali. Il nuovo intento era quello di comparare l'intero corpus dei suoi scritti — includendo i racconti, la sua formazione come medico-psichiatra e il suo interesse per l’arte bizantina — per verificarne la compatibilità con la teoria e i lavori del gruppo di Piombino, nella prospettiva di ricercare una coerenza totale nella sua personalità. Questo tentativo si è rivelato fallimentare, ma ha reso necessario un approfondimento del suo lavoro, culminato nella serie di interviste. Queste conversazioni sono il corpo principale della tesi.

Il contesto generale degli anni Ottanta era attraversato dalla novità del postmodernismo, di cui la Transavanguardia rappresentò la declinazione più istituzionalmente riconosciuta. Accanto ad essa si svilupparono esperienze diverse, accomunate dal “ritorno alla pittura”, come gli Anacronisti, il gruppo di San Lorenzo, i Nuovi-Nuovi, l’Astrazione povera, i Bianchi e Neri. Parallelamente operavano, in maniera laterale, esperienze che riprendevano le istanze subculturali e di opposizione: interventi urbani come quelli dei graffitisti, post-concettuali, pratiche sperimentali e altre relative ai nuovi media. Tutte queste vicende — pur ridotte qui a una bipartizione semplificata — sono profondamente legate ai cambiamenti sociali dell’epoca, anche quando cercano di astrarsene.
Le motivazioni che mi hanno portato a dedicarmi a questo oggetto di studio risiedono nell’interesse per un’esperienza che si dichiara apertamente di opposizione e che assume la marginalità, la quotidianità e la collettività come propri assi portanti, adottando un linguaggio specifico e una retorica di matrice progressista.
Il materiale consultato comprende i testi di Nardone, varie riviste come «Flash Art», «Domus», la «Rivista di Psicologia dell’arte», «Juliet» e «Artribune», i cataloghi degli artisti, manuali. A questo si aggiunge il materiale raccolto personalmente dagli incontri con i diversi protagonisti coinvolti.
La struttura prevede un capitolo iniziale intitolato L’arte d’ingannare, introduce nodi che saranno centrali nelle conversazioni: il problema dell’estetizzazione generale, l’incosapevolezza, il ruolo del critico e dell’artista, il rapporto con le istituzioni. Seguono le conversazioni, introdotte da un breve testo che ne esplicita il contesto e le condizioni in cui sono avvenute. Nella conclusione vengono ribadite le questioni emerse, con particolare attenzione su quelle irrisolte.

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