Dai Monocromi ai Gesti Tipici
di Domenico Nardone
in catalogo della mostra
Sergio Lombardo: dai Monocromi ai Gesti Tipici (1959-1964), a cura di D.Nardone, Studio Soligo, Roma 2002.
La scelta delle
opere raccolte è volta a cogliere e illustrare uno dei momenti
salienti del progredire della ricerca di Lombardo e, più in
generale, del movimento della cosiddetta Nuova scuola di Roma
(Angeli, Bignardi, Festa, Fioroni, Kounellis, Lombardo, Mambor,
Schifano, Tacchi) (1).
da sinistra a destra: Renato Mambor, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Umberto Bignardi, Tano Festa.
Il momento in
questione è quello in cui, nella pittura degli artisti citati, si
osserva una transizione dalla dimensione reclusa e astratta dei
monocromi a quella di una nuova figurazione. Il periodo cruciale è
la stagione a cavallo tra il 1960 ed il 1961 e la trasformazione in
oggetto risulta chiaramente da una ricezione all'interno della
problematica pittorica del nuovo immaginario e della iconosfera che
cominciano ad essere divulgati dal nascente sistema dei mezzi di
comunicazione di massa (cinema, televisione, pubblicità, stampa a
rotocalco, etc.) (2). Nel campo delle arti visive, le icone di questo
nuovo immaginario sono sul punto di essere accolte e riproposte in
tono inquisitorio (3) e roboante dal dilagante fenomeno della Pop
Art americana.
In questo contesto
Lombardo ricorda un'accesa discussione al suo studio dinanzi ai
monocromi e presenti Schifano, Mambor, Tacchi e Festa, in cui
quest'ultimo, insieme ad altri e più confusi argomenti, lo accusava
di fare una pittura intellettuale, del tutto ripiegata in se stessa e
reclusa all'interno delle quattro pareti dello studio, e avvertiva la
necessità di aprirla alle immagini del mondo nuovo che cominciava a
pulsare attorno a loro (4). Quest'ultimo argomento fu raccolto da
Lombardo e recepito all'interno del suo lavoro,
che già si stava
orientando verso ricerche più estroverse, accelerandone la
trasformazione nella direzione
indotta da una esigenza, avvertita
come imprescindibile e forte – presente anche nei monocromi
– di mettere il pubblico di fronte alla enigmatica e pericolosa
trasformazione della realtà contemporanea, anziché intrattenerlo di
fronte all'espressione intimista delle sue emozioni poetiche (5).
Sulla spinta di
queste istanze nascono i
Gesti Tipici di Sergio Lombardo, gli
Incidenti di Schifano, i
Giudizi universali di Tano
Festa, i
Particolari di Tacchi e gli
Uomini statistici
di Mambor.
La tecnica
d'elezione attraverso cui gli artisti aprono la loro pittura alla
nuova iconosfera è quella del
reportage, nel suo significato
letterale di
riportare sulla tela, con l'ausilio di un
proiettore di diapositive, le immagini estrapolate dai mezzi di
comunicazione di massa. Il riporto delle immagini avviene tuttavia
per mezzo di una mediazione pittorica vibrante e appariscente,
evidente nel persistere del
dripping e nella vistosa
irregolarità delle campiture, nonché nella soppressione di molti
dettagli. Questa forte processazione delle immagini e delle icone
rese popolari dalla diffusione mediatica costituisce una peculiarità
dell'avanguardia romana tale da collocarla, sotto il profilo
ideologico, su un versante antitetico e addirittura antagonista
rispetto alla Pop angloamericana.
I termini del
contrasto sono per altro chiaramente indicati da Lombardo nel suo
testo di presentazione della mostra
Lombardo, Mambor, Tacchi
alla galleria La Tartaruga: se infatti gli artisti americani
non
dicono né sì né no al mondo (6),
da cui prelevano le immagini che riproducono fedelmente, viceversa,
a
noi non basta accettare e utilizzare, altrimenti il dipinto ci
diventerebbe una specie di riflusso dall'esterno di tutte le immagini
che si trovano nella sfera endotimica (…) Noi diciamo invece che
tali immagini non restano sullo shermo televisivo o sul fumetto, ma
entrano nei rapporti sociali in cui si viene a creare un chiuso
determinismo riflettente appunto quegli atteggiamenti-tipo originati
dalla televisione, dalla stampa, dalla macchina e tale determinismo
finisce per invadere il campo della originalità individuale fino
alla sterilizzazione di ogni spunto emotivo e di ogni interesse nei
rapporti intersogettivi (7).
Riconoscendo nella gestazione del nuovo immaginario collettivo, e
nella sua diffusione globale da parte dei mezzi di comunicazione di
massa, l'induzione sociale di comportamenti stereotipati, destinata a
produrre inevitabilmente un insterilimento della vita quotidiana,
oltre a dar prova di una sensibilità incredibilmente in anticipo sui
tempi (8), Lombardo individua anche per la prima volta nell'arte –
con i suoi
Gesti Tipici e la teoria che li sottende - uno
strumento di contrasto e opposizione alla penetrazione sociale di
tali modelli di comportamento attraverso il lucido metodo dello
svelamento e della
radicalizzazione.
Da un punto di vista strettamente filologico, Lombardo perviene
quindi alla scoperta dei
gesti tipici nello sforzo di liberare
la pittura dai limiti formali imposti dall'impianto monocromo e
aprirla alle influenze esercitate dal mondo circostante, mantenendone
però integro il rigore concettuale e senza nulla concedere – o,
meglio, concedendo il meno possibile – alle pulsioni
lirico-espressive del proprio io. L'impianto teorico dei monocromi
rispondeva infatti proprio all'esigenza di
eliminare dal quadro
ogni abilità tecnica, che veniva sostituita
dall'esecuzione
di un compito non qualitativamente rilevante (verniciare superfici
date con colori dati) e ogni fantasia, sostituita dall'uso logico di
elementi dati (composizioni uniformi, colori di campionario, forme
geometriche, regole), sopprimendone cioè tutte quelle componenti
che potessero ricondurne lo statuto ed il valore a quelli di un
manufatto dotato di attributi particolari (9).
Tre studi su carta presenti in questa mostra, praticamente inediti e
che non diedero luogo a opere su tela, indicano la strada percorsa
dall'artista prima di giungere alla scoperta dei
gesti tipici:
si tratta infatti di studi che raffigurano particolari di
abbigliamento (ad esempio una cravatta ed il risvolto di una giacca
gessata) e che testimoniano una ricerca di strutture formali regolari
e ripetitive nell'ambito della realtà circostante.
Sergio Lombardo, Particolare con cravatta, smalto su carta intelata, cm. 50x70, 1960-61
Regolarità e
ripetizione che egli ravvisa rapidamente anche nell'ambito dei
manierismi in cui tendono a cristallizzarsi alcuni dei nostri
atteggiamenti più banali e quotidiani e la cui osservazione e
documentazione dà origine ad una prima serie di quadri intitolata
appunto Atteggiamenti tipici (due mani che gesticolano, gambe che si
accavallano, etc.).
Alla luce di queste considerazioni, si comprende come il passaggio
della pittura di Lombardo dall'universo recluso dei
Monocromi
ai
Gesti Tipici, se da un lato matura ed è partecipe di un
più ampio processo di trasformazione che investe tutta la pittura
della
nuova scuola di Roma, dall'altro, ad una analisi appena
più approfondita, evidenzia con i risultati a cui questa perviene
delle somiglianze che si riducono ad una affinità quasi
esclusivamente formale.
I
Gesti Tipici – per le implicazioni psicologiche del tema
trattato – rivelano infatti uno spostamento dell'attenzione
dell'artista, dal quadro inteso come manufatto e valore a se stante
alla relazione che questo intrattiene e stabilisce con chi lo guarda.
Questi quadri, in altre parole, contengono già,
in nuce, i
prodromi di quella evoluzione dell'arte in psicologia dell'arte a cui
la ricerca dell'artista perverrà sul finire degli anni Settanta
(10).
I Gesti Tipici veri e propri – che seguono di poco i primi
Atteggiamenti Tipici – sono infatti dichiaratamente dei
gesti di potere, anzi i gesti del potere (l'indice alzato e
minaccioso di Krusciov, quello teso e puntato di Kennedy, etc.) che
esercitano nei confronti di chi guarda un forte impatto emotivo ed
una reazione di sottomissione.
Sergio Lombardo, Uomo politico in atteggiamento tipico, smalto su tela, cm.180x230, 1962
in primo piano: Anna Homberg
Nella memoria dell'artista è infatti ancora vivo il ricordo del
senso di disagio e di allarme provato dagli spettatori al cospetto
delle opere, tanto che più d'uno – tra cui il poeta Tristan Tzara
di cui egli rammenta la franca ostilità – gli riferì di averle
sognate nel corso della settimana seguente all'inaugurazione (11).
Quanto rappresentato sulla tela, nel caso di queste opere - più che
a costituirsi come valore autonomo – tende quindi apertamente ad
assumere il ruolo di elemento performativo di una dinamica
stimolo-risposta che coinvolge direttamente lo spettatore nella
realizzazione di ciò che – solo più tardi – Sergio Lombardo
definirà nei termini di
evento e che formerà l'asse portante
della sua teoria dell'arte (12).
Note:
(1) Il termine di
Nuova scuola di Roma ed i nomi degli artisti
che vi si possono identificare sono indicati per la prima volta, nel
contesto di una bozza teorica che ne giustifichi il raggruppamento,
da Cesare Vivaldi, nel suo,
La giovane scuola di Roma in
Il
Verri, fascicolo speciale
Dopo l'Informale, pagg. 101-105,
1963.
(2) Il primo film girato in cinemascope, tecnica di ripresa che
schiude al cinema le porte del grande schermo è
La Tunica del
1953; nel 1954 la Rai comincia a diffondere le proprie trasmissioni
con regolarità su tutto il territorio nazionale, etc.
(3) L'espressione è usata da Sergio Lombardo nel testo di
presentazione della mostra Lombardo, Mambor, Tacchi, galleria
La Tartaruga, Roma, aprile 1963.
(4) Nella memoria di Lombardo, quasta conversazione – di cui serba
un nitido ricordo, soprattutto per le ripercussioni che gli argomenti
posti sul tappeto da Tano Festa ebbero sull'evoluzione del suo lavoro
– avviene davanti ai suoi monocromi – già esposti da
Lombardo a partire dal 1958 in alcune mostre minori, ma circa sei
mesi o un anno prima della loro presentazione alla mostra a premi
presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, a cura di Palma
Bucarelli e altri, 1962. Il quadro accettato dalla giuria fu Nero
432, cm. 150X200, mentre furono respinti Azzurro 1023 e
Nero 110. Cfr. M.Mirolla, I Monocromi di Sergio Lombardo,
in Rivista di Psicologia dell'Arte, nn.3/4/5, nuova serie,
1994, pagg.87-95. Con una qualche approssimazione, l'incontro in
questione dovrebbe quindi aver avuto luogo nella seconda metà del
1961.
(5) Sergio Lombardo, conversazione privata, febbraio 2002
(6) J.Reichardt, in
Art International, feb 1963. la citazione
è riportata da Lombardo nel testo di presentazione della mostra
Lombardo, Mambor, Tacchi (op.cit). L'interpretazione del
movimento pop angloamericano in chiave di satira e commento sociale –
sostenuta ad esempio da G.C. Argan in
Il banchetto della nausea
in
La botte e il violino, 1963 – è, a mio avviso,
completamente erronea e in quanto tale da rigettare. La stessa
riproduzione del ritratto di Mao Tze Tung è infatti supinamente
assimilata da Wharol a quella delle altre icone – come la bottiglia
di Coca-Cola o l'immagine della Monroe – emblematiche di una
civiltà dei consumi globale. Questo procedimento di assimilazione,
che assume come valore a sé stante il grado di diffusione di
un'immagine rispetto a ciò che pure dovrebbe rappresentare,
isolandola, la svuota di fatto di ogni contenuto antagonista e di
critica sociale. In virtù di un procedimento del tutto analogo del
resto, in tempi molto più recenti (1997), la stessa immagine di Stalin è
stata utilizzata, nell'ambito della campagna pubblicitaria
Think
different, come testimonial della Apple computers.
A questo
proposito vedi anche D.Nardone,
La perdita di ruolo dell'artista
nella società contemporanea, in
Riv. Psicol.dell'Arte,
nn. 14/15, 1987, pagg. 43-50.
(7) Sergio Lombardo, op.cit.
(8) Il processo di sganciamento dei marchi di fabbrica dai
prodotti che pure continuano a sottendere – ben esemplificato dalla
massiva dismissione da parte delle multinazionali dell'intero
processo di produzione, delegato e subappaltato alle export
processing zone del Terzo Mondo – che rivela chiaramente il
fenomeno del branding, il fatto cioè che quanto viene diffuso
e venduto ai consumatori di tutto il mondo non siano tanto dei
prodotti – la cui qualità verrebbe garantita dal marchio di
fabbrica – quanto i marchi in se stessi, ovverosia degli stili di
vita che si connotano per il possesso di una serie di oggetti il cui
insieme viene a formare la cosiddetta world-wide style culture,
una cultura globale costituita da modelli d'identificazione
preconfezionati e standardizzati, a cui le parole di Lombardo
sembrano alludere apertamente nel 1963, si è reso evidente, ed è
stato avvertito e stigmatizzato dalla critica sociale, solo molto
recentemente (cfr. N.Klein,
No Logo, Baldini & Castoldi, 2001).
(9) la citazione è tratta da S.Lombardo, Sergio Lombardo, Di
Maggio Editore, Milano 1974. A proposito della dissoluzione della
definizione morfologica di oggetto d'arte nella pratica artistica
contemporanea vedi anche il mio La scomparsa dell'oggetto d'arte,
in Riv. Psicol. Dell'Arte, n.2, giugno 1980.
L'analisi degli aspetti comportamentali già presenti nell'impianto
teorico e metodologico dei monocromi, nella misura in cui questo
esplicita i termini della dialettica processo-esecuzione, è stata
invece da me recentemente ed esaurientemente affrontata in
Il
metodo è il quadro, in cat. mostra
Sergio Lombardo, sala
La Rocca, Suvereto 2001.
Sotto il profilo teorico è interessante notare come un impianto
analogo a quello dei
monocromi di Lombardo sostenga anche le
biro che Boetti comincerà a realizzare a partire dal 1973. In
questo caso, l'affidamento dell'esecuzione di un compito non
qualitativamente rilevante (campire uniformemente una superficie,
secondo uno schema dato, con una penna a biro) a mani diverse lascia
emergere – per mezzo di un confronto diretto all'interno della
stessa superficie che di regola non viene mai campita interamente
dalla stessa mano – delle peculiarità, delle forme di
espressionismo involontario, che nondimeno ogni esecutore introduce
nell'esecuzione del compito elementare.
(10) La rivista di Psicologia dell'Arte viene fondata dall'artista –
insieme ad Anna Homberg, Cesare Pietroiusti ed al sottoscritto –
nel 1979.
(11) Il forte impatto emotivo dei Gesti Tipici fu anche in
parte sostenuto dai grandi formati su cui vennero presentati e che,
per l'epoca erano quasi inediti in Italia. Molti artisti della stessa
generazione di Lombardo sono soliti raccontare lo shock che provarono
alla vista dei grandi formati - a cui assolutamente non erano
abituati – alla personale di Rhotko presso la Galleria Nazionale
d'Arte Moderna del 1959.
(12) Un primo abbozzo della teoria eventualista è già in
S.Lombardo, Italy two, Art Around '70, Museum of the
Philadelphia Civic Center, 1973. In una recente conversazione,
l'artista mi ha raccontato come, contemporaneamente alla
realizzazione dei Gesti Tipici, egli assumeva nella realtà questi
atteggiamenti, sperimentandone l'efficacia in una serie di
circostanze. Ciò non fa che ribadire il debordare dell'attenzione
dai limiti ristretti dell'oggetto quadro alla ricerca di un'incidenza
dell'arte nella realtà del quotidiano.