Il 25 marzo è morto di covid Massimo Trotta. Conobbi Massimo sul finire degli anni '80, quando, assieme a Pierfrancesco Pompei e Marco Rossi Lecce, stava per aprire la galleria “Il Campo”. Iniziammo quasi da subito una frequentazione quotidiana – andavamo a pranzare da Armando, vicino a piazza del Pantheon dove si trovava la loro galleria – e Massimo si appassionò entusiasticamente al lavoro del gruppo di Piombino che volle invitare al completo nella collettiva d'apertura della galleria. La sua ancorché breve esperienza di gallerista (conclusasi nel 1992) rimase da quel momento sempre fortemente legata al Gruppo di Piombino nell'ottica militante dei nostri “anni buoni”. Fu tra gli organizzatori della fondamentale mostra “Storie” (1991) e ospitò nella sua galleria le mostre personali di Pino Modica (Buono di prenotazione d'acquisto, 1992) ed Henry Bond (1992). Con lui se ne va un amico sincero con cui ho condiviso le battaglie e gli anni migliori della mia vita. Che la terra ti sia lieve, Massimo.
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venerdì 26 marzo 2021
lunedì 15 marzo 2021
Giulia de Santis, Il Gruppo di Piombino e l’arte relazionale dagli anni sessanta ad oggi, tesi di diploma, Accademia Albertina di Belle Arti Torino, 2021.
SOMMARIO
INTRODUZIONE..........................................................................4
CAPITOLO I...................................................................................7
1.2 Modelli di mostre e di happening nello spazio urbano...............10
1.3 La militanza tra arte e politica: la stagione dei collettivi............23
CAPITOLO II..................................................................................37
2.2 Non c’è arte senza politica: Maria Lai, Legarsi alla montagna..39
2.3 Le esperienze del Gruppo di Piombino.......................................44
CAPITOLO III................................................................................81
3.2 Gli esordi di Wurmkos................................................................82
3.3 Relazioni, deambulazioni ed identità nella città postindustriale.85
CONCLUSIONE.............................................................................112
BIBLIOGRAFIA.............................................................................114
SITOGRAFIA..................................................................................116
APPENDICE....................................................................................117
giovedì 6 febbraio 2020
Alessandra Pioselli, La partecipazione involontaria. Inizi e lasciti del Gruppo di Piombino.
Pubblicato negli Atti del Convegno, a cura di Francesca Franco, Macro Asilo Diario, fasc. 16/03, Roma 2019.
domenica 2 febbraio 2020
Lucilla Meloni, Il Gruppo di Piombino: processualità, partecipazione involontaria e persistenza dell’opera
Relazione per il convegno “L'Arte Relazionale prima di Nicolas Bourriaud. Gli anni '80 e '90 in Italia: Gruppo di Piombino – Progetto Oreste -Stalker”, Macro Asilo, Roma 16 marzo 2019.
Pubblicato negli Atti del Convegno, a cura di Francesca Franco, Macro Asilo Diario, fasc. 16/03, Roma 2019.
sabato 25 gennaio 2020
Il Gruppo di Piombino e l'Arte Relazionale: analogie e differenze
di Domenico Nardone
Relazione per il convegno “L'Arte Relazionale prima di Nicolas Bourriaud. Gli anni '80 e '90 in Italia: Gruppo di Piombino – Progetto Oreste -Stalker”, Macro Asilo, Roma 16 marzo 2019.
Pubblicato negli Atti del Convegno, a cura di Francesca Franco, Macro Asilo Diario, fasc. 16/03, Roma 2019.
Per una scelta operata di comune accordo, per quanto ci riguarda, abbiamo invece stabilito di racchiudere l'esperienza di Piombino tra la fine del 1984, quando Falci, Fontana e Modica espongono per la prima volta l'opera a firma collettiva Sosta Quindici Minuti, ed il 1992, anno in cui Falci, Fontana, Modica e Pietroiusti si presentano per l'ultima volta come gruppo nella mostra curata da Catherine Arthus Bertrand per il Museo d'arte contemporanea di Guirigny nel cui catalogo compare un testo di presentazione da me scritto.
E' però vero che il concetto di Arte Relazionale viene elaborato e formalizzato da Borriaud a partire dal lavoro di molti artisti, come lo scomparso Felix Gonzalez-Torres, la cui esperienza si allunga verso il decennio precedente quasi in contiguità, dunque, con quella di Piombino.
Una prima idea dei rapporti che intercorrono tra l'impostazione teorica del gruppo di Piombino e quella dell'Arte Relazionale si può cogliere dal raffronto di due passi, il primo tratto da una conferenza tenuta da Borriaud alla Fondazione Ratti nel luglio 1995 e l'altro dal mio Alice nel Paese della Realtà, pubblicato come testo di presentazione della mostra del Gruppo alla galleria Vivita di Firenze nel 1988.
Il mio primo caposaldo è che credo fermamente sia difficile, oggi, rappresentare la realtà. In un certo senso, penso che noi abbiamo oltrepassato la rappresentazione della realtà: noi dovremmo produrla, la realtà. Ovviamente un artista può continuare a rappresentarla, ma il risultato dipenderà dalla maniera in cui intende questa operazione: la rappresentazione non deve essere un fine in se stessa, ma uno strumento all'interno di un meccanismo molto più complesso. Per definire questo approccio, dovremmo usare la locuzione "realismo operazionale": "realismo" perché si tratta, comunque, di un atto volto verso la realtà che è diretto a penetrarla, ma "operazionale" perché la maggior parte delle opere d'arte oggi sono orientate a una fuga dal mondo dell'arte in quanto tale e verso l'inserimento all'interno di processi reali. (N.Borriaud, conferenza presso la Fondazione Ratti, luglio 1995)
Dal raffronto di queste dichiarazioni teoriche emerge la possibilità di definire un campo d'azione comune – il reale – in cui sia L'Arte relazionale sia quella di Piombino tendono a dislocare la loro operatività.
Entrambe le posizioni partono dal considerare superata l'arte come rappresentazione della realtà e respingono questa funzione ai margini del suo orizzonte teleologico a favore di una performatività del reale di cui l'arte rivendica il suo far parte integrante.
Stante questo presupposto comune, nella pratica gli artisti di Piombino e quelli cosiddetti "relazionali" imboccano strade alquanto diverse. Il gruppo di Piombino si struttura infatti come un'avanguardia. Chi entra a farne parte, a prescindere dal ruolo che svolge, viene a trovarsi all'interno di una sorta di cerchio magico che moltiplica le energie. Gli artisti vivono a stretto contatto di gomito, si studiano, si annusano, l'idea sviluppata dal lavoro di uno è immediatamente approfondita e rilanciata dal lavoro dell'altro.
Per quanto mi riguarda, avendo giocato per un periodo nella storia del gruppo il ruolo di gallerista, ho già detto altre volte come vivessi il momento di commercializzazione delle opere più che altro come divulgazione, ogni vendita di un opera del gruppo rappresentava in realtà per me un allargamento del consenso.
Quella che avevo definito - mutuando il concetto da Godard che aveva detto "non bisogna più fare film politici ma fare film in maniera politica" – una maniera politica di fare arte, si traduceva a livello pubblico in prese di posizione da parte del gruppo che un tempo si sarebbero definite "militanti", come rifiutare le mostre a cui era invitata solo una parte degli artisti del gruppo o, come nel caso della Biennale di Venezia del 1990, dove era stato invitato il solo Stefano Fontana, nell'esporre nello spazio a lui riservato anche le casse d'imballaggio delle sue opere che – anche se realmente utilizzate come tali - dopo il trasporto erano diventate altrettante opere di Salvatore Falci.
Dell'essere avanguardia il Gruppo di Piombino presenta ovviamente anche i difetti: la coesione interna di un'avanguardia si proietta infatti all'esterno come intransigenza ideologica, in un crescendo paranoide che finisce per determinarne l'autodistruzione per implosione. Pensate ad esempio alle espulsioni dal movimento surrealista decretate a raffica da Breton.
Il termine Arte Relazionale, invece, indica più che altro una tendenza, un modus operandi che si riscontra e ricorre nel lavoro di alcuni artisti. Borriaud, in particolare, l'unica volta che nel suo saggio usa il termine avanguardia lo fa per sottolineare il carattere obsoleto dell'utopia radicale e universalista implicata da questo termine.
Qualcosa dell'utopia radicale delle avanguardie storiche e degli anni Sessanta persiste invece ancora, a mio avviso, nella teoria e nella pratica del Gruppo di Piombino, che piuttosto avvertono la modernità come progetto incompiuto – per dirla con Habermas - anziché definitivamente insterilito – e che sottendono in definitiva un progetto di trasformazione del mondo attraverso la diffusione dei nuovi modelli di comportamento a cui esse danno luogo.
Osserviamo adesso più in dettaglio per quali aspetti un'opera classificata come "arte relazionale" somiglia ad un opera piombinese e per quali ne differisce attraverso il raffronto di Turkish jokes, un'opera dell'artista relazionale danese Jens Hanning, realizzata per la prima volta nel 1994 e Buono di prenotazione d'acquisto, un'opera di Pino Modica del 1991.
Metto a raffronto proprio queste due opere perchè entrambe affrontano la stessa tematica, vale a dire l'integrazione delle minoranze etniche provenienti da paesi poveri nelle società a capitalismo avanzato.
Nel 1994 Jens Haaning ha diffuso per mezzo di un altoparlante una serie di storielle buffe in lingua turca su una piazza di Copenhaghen particolarmente frequentata da immigrati di questa etnia (Turkish jokes). Successivamente diverse versioni di questo lavoro sono state riproposte nel corso degli anni in altre città (Oslo, Berlino, Mosca). Le storielle diffuse dall'altoparlante erano sempre nella lingua madre di un gruppo etnico presente in quota minoritaria nel tessuto sociale in oggetto.
Come osservato da Borriaud, ascoltare una storiella di cui possono comprendere il significato modifica i modelli di relazione che intercorrono tra coloro che parlano quella lingua e che si trovano in quel momento a passare nella piazza. La particolare natura di queste storielle, viene da aggiungere, tutte atte a suscitare il riso in chi le comprende, determina una sorta di visualizzazione della rete di relazioni che si viene a formare e a cui si connettono tutte le persone che in quel momento sorridono.
Il formarsi di questa rete di relazioni sottrae – anche se solo provvisoriamente – l'emigrante all'isolamento della sua condizione di straniero in terra straniera rendendolo nuovamente partecipe di una comunità lasciandogli con ciò intravedere un nuovo modello esistenziale.
La mostra in galleria non fa altro che rievocare o se preferite narrare o riferire i risultati ad un pubblico formato di specialisti di un evento che ha avuto luogo in precedenza.
Questo, a ben vedere, avviene anche nel caso dei Turkish Jokes di Haaning. Vediamo infatti poste a confronto le diverse modalità con cui l'operazione di Modica e quella dell'artista danese vengono presentate al pubblico dell'arte nel contesto di una mostra.
Nella pratica di Piombino infatti l'oggetto non esce del tutto di scena come spesso avviene nell' Arte Relazionale (penso in ad esempio ad alcune opere di Gonzalez-Torres come le pile di manifesti o i cumuli di caramelle che il pubblico è invitato a prelevare determinando così la progressiva scomparsa dell'oggetto) ma vi persiste ricaricato di senso – o di una nuova aura come scrisse Carolyn Christov – dall'uso che ne è stato fatto. Nella fattispecie questo uso consiste nella semplice “scelta di acquisto” da parte di uno dei vincitori della lotteria e che da queste scelte si trova ad essere ridefinito come soggetto.
Dal 26 gennaio 2001, e per tutto il mese successivo, la galleria Alice&Altrilavoriincorso di Roma viene trasformata in una 'sezione distaccata' dell'Unione Depauperati, in cui vengono svolte attività di tesseramento, propaganda - attraverso la distribuzione di depliant, portachiavi con il simbolo dell'Unione, spillette, adesivi, etc. - e raccolta fondi. In concomitanza con il periodo di apertura di questa sezione distaccata, l'Unione aveva anche realizzato uno spot promozionale della durata di circa 3 minuti che venne mandato in onda integralmente dalla trasmissione televisiva Blob (RAI 3, 9-2-2001 ).
giovedì 11 luglio 2019
Agnese Lovecchio, Arte di gruppo: una selezione dei movimenti artistici in Italia dal 1980 ad oggi
lunedì 18 marzo 2019
Stefano Fontana, Unione Depauperati Consapevoli, 2019
Eccoli ritratti tutti insieme. Dietro sullo sfondo si vedono foto di operai, forse in una manifestazione. Sì, la lotta, si richiamano ai valori dell’intramontabile movimento operaio. Loro però non sono operai, sembrano più borghesi, medici, funzionari, qualche ex figlio dei fiori, sono i peggiori, chissà cosa vogliono fare, se ne accorgano ora che tutto sta andando a rotoli?
Per cosa poi si indignano? Per i privilegi della casta? Per la legge Fornero? Forse non vogliono la fatturazione elettronica. Saranno contro le case farmaceutiche e contro la soia transgenica, contro le multinazionali che ci avvelenano tutti. La società civile, ecco loro sono i rappresentanti della società civile, loro si indignano, forse un tempo facevano i girotondi e nessuno gli ha detto che sono anche quelli finiti.
E’ ora di dire basta, sembrano dire, che così non si può andare avanti. Abbiamo sopportato anche troppo, ora dobbiamo agire, dobbiamo ripartire, non possiamo più aspettare, né demandare, dobbiamo riappropriarci del nostro presente, dobbiamo costruire il nostro futuro. Dobbiamo, dobbiamo. Non domani, ma oggi, prima che sia troppo tardi, prima che non si possa più farlo, che la porta sia irreversibilmente chiusa. Ora o mai più. Perché domani si possa ancora dire domani, perché si possa ancora. Perché.
Parole, altre parole, quante parole! Non dette, forse pensate, forse immaginate.
Colti, inventati, dipinti nel momento dove tutto nasce, l’incipit di ogni cosa: la creazione artistica, l’afflato rivoluzionario. Dove alla tesi si è appena contrapposta l’antitesi, in quel momento fecondo, immediato ed eterno prima che la pulsazione dialettica si chiuda inesorabilmente, si ricomponga, prima che il fuoco si spenga, prima che diventi storia.
Loro c’erano. Loro avevano capito. L’atto fondante, il momento della consapevolezza raggiunta, del senso stesso di esserci, di essere pronti. ‘Understanding’ come ‘Yes we can’ ma molti anni prima. La forma della rivoluzione, di ogni rivoluzione, la sua architettura, i suoi colori.
Un’altra epoca. Adesso è troppo tardi, ormai sono ombre del passato, sono come i ‘non-visti’ di Bill Viola, come un nuovo quarto stato. Non sono più, erano.
Ed in fondo è meglio così. Con i tempi che corrono magari ora sarebbero stati tutti in Parlamento. Invece al massimo questa foto finirà appesa su qualche muro. Forse a qualcuno diranno anche qualcosa, vai a sapere, con la gente strana che c’è in giro.
Un amico





